La felicità è uno stato d’animo

Happiness

Stimolata da una discussione con un amico su Friendfeed mi sono ritrovata a riflettere sul concetto di felicità, come viene percepito e sentito in generale, e come invece lo sento io.

Al mio amico è stato detto -da un tizio quanto meno indelicato- che non era mai stato davvero felice perché non aveva ancora avuto figli. “Non puoi capire, è inutile” gli disse.

Ora, io non metto in dubbio che i figli possano regalare enorme gioia e soddisfazione a chi li mette al mondo, ma questo modo strumentale di ritenere che la felicità possa passare attraverso qualcosa o qualcun altro io non lo condivido.

La felicità per me è un modo di essere e di porsi di fronte alla vita, quindi del tutto incentrata su noi stessi: parte da noi, cresce dentro di noi, la portiamo nella nostra vita quotidiana e la trasmettiamo al prossimo. Non è dipendente da fattori esterni, piuttosto li influenza.

Per essere felice non ho bisogno di niente e di nessuno, perché io basto a me stessa. E’ meraviglioso questo, perché comporta che ciascuno di noi può essere incredibilmente felice, qui e ora.

Se affidassi la mia felicità alla presenza e all’amore di un’altra persona (sia un partner che un figlio, un familiare o un amico) stabilirei un legame di dipendenza che facilmente sfocerebbe in una dinamica malsana, in ricatti morali e, quasi certamente, nell’infelicità di una o di entrambe le parti.

Per fare un esempio veloce, il genitore che riversi tutto il suo bisogno di felicità nel proprio figlio sarà riluttante a renderlo indipendente e a incoraggiarlo a farsi una propria vita, anche lontano dalla famiglia, perché dipende da lui per essere felice (e vorrebbe che la cosa fosse reciproca). Questa cosa non è sana.

Nemmeno io ho figli, eppure sono felice. Potrei sbagliarmi, certo, ma spero invece di poter smentire il tizio e tutti coloro che la vedono come lui, un giorno. Felicemente.