Un paese di miopi e di livree

Ho ripreso a percorrere il centro da un po’ di mesi, dopo anni di gite fuori raccordo.  Tra le certezze che mi attendono ogni giorno ci sono i turisti, il prepotente di turno e la costante del 90 rotto.

Filobus 90 a Roma

L'elegante livrea ecologica del 90

Per i non romani, il 90 è una delle linee “veloci” a lunga percorrenza e, unica nel suo genere, è effettuata da un filobus doppio (pensate, ha persino un blog dedicato che consiglio ai miei colleghi come summa di esempi da non seguire). In teoria fantastico, perché elettrico. Peccato però che da ormai diversi anni le vetture si rompano in continuazione, con conseguenze devastanti sul traffico già al collasso della Nomentana e ovvi disagi per i passeggeri.

E ogni volta mi chiedo: ma perché si rompono così spesso? Com’è possibile? E la risposta che mi do è sempre la stessa: mancata manutenzione. Questo termine dovrebbe venire rimosso dal Devoto-Oli perché totalmente desueto, in Italia. Facciamo grossi investimenti sul rinnovo delle linee (la FM3 Roma-Viterbo elettrificata e raddoppiata, a suo tempo, oppure queste linee express, o anche le nuove carrozze della metro A), chiedendo finanziamenti ingenti che, suppongo, sono sia pubblici (UE) che privati.

Ma poi? Poi li lasciamo invecchiare, inesorabilmente, evitando accuratamente qualsiasi intervento volto a preservarlo in condizioni di decenza, incluse le pulizie. Lo noto quando sono in Francia, in Germania o in Spagna: i mezzi pubblici sono puliti, funzionanti, non devastati dai graffiti o dai vandali come da noi. Non sono sempre nuovi, ma sono in ottimo stato.

Noi ci lasciamo abbagliare dal fascino del nuovo, dal lucido della vernice intonsa alle imbottiture dei sedili, fino all’aria condizionata che sembra un miraggio nei corridoi asfittici delle metro romane. Ma sappiamo che non durerà.

Perché mai? Cosa ci impedisce di adottare una costante manutenzione? Non ritengo credibile che sia un problema insito nel nostro DNA e sono un po’ scettica sull’argomentazione “è culturale”: lo apprezziamo all’estero, perché in casa nostra non lo pretendiamo?

L’unica risposta che mi pare plausibile è che ci sia un interesse dietro. Un interesse sugli appalti per i mezzi nuovi che sicuramente muovono milioni di euro e un disinteresse totale dell’amministrazione nel mantenerli efficienti e usabili, così da sostituirli al prossimo giro (di mazzette).

Il fenomeno è generalizzabile a tantissime realtà. Pochi giorni fa sono stata all’Auditorium Parco della Musica per vedere uno spettacolo e oltre a quello sul palco mi è toccato sorbirmene un altro nel parcheggio multipiano. Versa in uno stato di degrado tale che viene quasi da  pensare sia stato abbandonato e non sia realmente aperto al pubblico: sporco, con infiltrazioni d’acqua che colano dal soffitto, luci rotte e lampeggianti, pieno di buche e pareti scrostate, e non menziono nemmeno la cassa. Pare di stare nel Bronx.

A volte ho l’impressione che questo atteggiamento ci descriva parecchio, come paese. Non impariamo dal passato, spendiamo in modo incontrollato e interessato nel presente, e siamo incapaci di pianificare un futuro che ci consenta di risparmiare e vivere meglio.

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4 thoughts on “Un paese di miopi e di livree

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