Posso essere la cosplayer dell’informazione?

Era quasi inevitabile venire risucchiati nell’ultimo meme della nostra community di UX-IA: trovare una professione alternativa a quella dell’architetto per spiegare il nostro lavoro tramite altri paradigmi.  Io però provo a farlo non attingendo al mio passato professionale di agronoma (sarebbe stato naturale e anche calzante, credo) bensì pensando al mio presente di cosplayer dilettante.

Cos’è un cosplayer? E’ l’abbreviazione di costume player, quindi qualcuno che crea un costume, indossa i panni di un personaggio e ne recita il ruolo. La mia esperienza decennale con questa passione mi ha insegnato molto, e la cosa sorprendente è che trovo continuamente punti di contatto con il mio lavoro di UX designer. Come mai?

Il “vero cosplayer” (TM) si costruisce il suo costume interamente da solo, partendo dai materiali grezzi. Questo significa che all’inizio di un nuovo progetto ci si trova davanti a una lavagna bianca di possibilità e, in genere, si viene presi dal panico perché sembra un’impresa mastodontica. Il segreto è quello di scomporre la complessità in una serie di elementi più semplici, correlati fra loro, e procedere un passo alla volta.

Per poterlo fare, quindi, si inizia con una fase di raccolta delle informazioni esistenti: immagini di riferimento, tutorial, libri e, naturalmente, un po’ di benchmark (altri che abbiano già fatto lo stesso costume) per inquadrare il tutto in generale ma anche per raccogliere quanti più dettagli possibili.

Si prosegue effettuando la scelta del materiale principale, che diventa un paletto fondamentale, un requisito tecnico simile a quello di dover lavorare su una piattaforma specifica. Condizionerà buona parte del lavoro successivo e anche l’impatto economico del progetto.

A questo punto, è buona cosa cominciare a fare degli schizzi del proprio costume, che siano a bassa fedeltà ma che facciano capire i singoli elementi che vanno preparati e considerati, inclusi gli accessori che vanno comprati a parte (la parrucca, le scarpe, ecc.) e che non si riescono a realizzare da soli. In genere vanno accompagnati da un elenco esaustivo di tutti i materiali ipotizzati, di un’idea del costo, di dove reperirli. Una specie di wireframe e inventario dei contenuti, insomma.

Arriva il momento di doversi sporcare le mani (e tagliuzzarle, incollarle e bruciarle!). E’ il momento della prototipazione. Salvo rarissimi casi, non esistono modelli pronti dei costumi che vogliamo ricreare, quindi si tratta di mettersi a tavolino a ragionare su come farli. Dovranno essere su misura, partendo da carta, matita e forbici, e per quanto bravi voi siate, sbaglierete: non una volta, ma in continuazione.

C’è la transizione da 3D a 2D per tornare a ottenere il 3D (provate a disegnare al volo un modello per uno spallaccio: dai!). Ci sono tutti i limiti imposti dai materiali (resiste al calore? posso verniciarlo? con cosa lo incollo?). C’è la mancanza degli attrezzi giusti e degli spazi adeguati. C’è anche che non ne venite a capo e continuate a sbatterci la testa per giorni, e vi arrabbiate e vi buttate giù, fin quando non trovate un modo per farlo. Magari perché qualcuno accanto a voi vi dà un consiglio o vi fa notare qualcosa a cui proprio non avevate pensato.

E’ una fase che non finisce mai, se non quando mettete uno stop voi. Sceglierete il risultato minimo accettabile per quella data in cui volete indossare il costume (normalmente una fiera o un evento ad hoc). Avrete voglia di tornarci sopra e continuare a rifinirlo, o modificare quello che non funziona, anche dopo quella data. Dovrete far pace con l’idea che non sarà mai perfetto, eppure funziona.

Tutto questo lavoro viene ripagato nel giorno dell’evento, quando fate vedere al pubblico cosa siete riusciti a fare, dopo mesi di lavoro, e aspettate le loro reazioni. Raccoglierete i preziosi feedback che vi arriveranno e ne farete tesoro per la prossima volta. Vi commuoveranno i commenti gioiosi e le foto con chi condivide la vostra passione per quel personaggio. Vi confronterete con altri cosplayer per scambiarvi idee e consigli sui vostri processi. E già penserete al prossimo costume!

C’è poi un caso particolare, che è quello del cosplay di gruppo: creare un costume coordinato con altri amici, per esempio per fare personaggi di una stessa saga o ambientazione. Nel lavoro di gruppo ci sono pro e contro: avrete accesso a risorse, idee e consigli che da soli non avete, ma allo stesso tempo dovrete bilanciare i desideri di tutti, trovare soluzioni coerenti fra loro, compensare lacune, incertezze e gestire gli imprevisti. Una faticaccia che ripaga in termini di divertimento e soddisfazione finale!

E non vi ho ancora parlato di cosa significa interpretare un personaggio! Provare a calarsi letteralmente nei suoi panni, immergersi nel suo contesto, interagire con gli altri come farebbe lei, osservare le reazioni che suscita negli altri, sperimentarsi in un ruolo magari molto distante dal nostro. E’ un lavoro di introspezione e sperimentazione, che sollecita le nostre doti empatiche e ci fa salire sulla cattedra del nostro professor Keating, per “vedere il mondo da una prospettiva diversa”.

Allora, che dite, posso essere la cosplayer dell’informazione? 🙂

 

(La foto di copertina è opera di Claudio Marinangeli)

Sforzarsi di progettare su carta

appunti per le mie slide di usabilità

Sto preparando le mie slide per il webinar di usabilità di base (ci sono ancora posti, se volete!) e mi sto sforzando di lavorare solo con carta e penna fin quando tutti i concetti non siano ben delineati, non abbia trovato una sequenza logica precisa e non sia arrivata al numero giusto, che in genere equivale al numero di minuti di presentazione/2, per me.

Mi accorgo che è uno sforzo costante resistere alla tentazione di aprire il programma sul PC e iniziare a impaginarle. Ciò nonostante resisto e vinco la mia battaglia interiore, perché lavorare a bassa fedeltà è utile non solo quando si progettano siti web: lo è sempre.

I ragazzi del workshop sulla UX mi hanno detto che questa è stata una delle sfide maggiori per loro, e me ne sono accorta per il tenore delle loro lamentele: obbligati a usare carta, matita, cartoncino e scotch, hanno dovuto prototipare a bassa fedeltà, forse per la prima volta in vita loro.

Perché è così importante il passaggio su carta? Per vari motivi.

Perché ci consente di dare libero sfogo alla creatività nel momento iniziale e generativo del processo.

Perché non ci pone limiti tecnici dettati dallo strumento e quindi modificare (e iterare) idee e soluzioni è veloce e costa poco, anche psicologicamente.

Ma, soprattutto, perché ci obbliga a focalizzarci su ciò che conta senza la distrazione del superfluo. Inutile perdersi a correggere il dettaglio quando ancora non abbiamo messo a fuoco l’idea progettuale declinandola in tutti gli aspetti connessi che la definiscono. E questo vale sia per un wireframe che per una presentazione, o per qualsiasi altro progetto, fisico o digitale che sia.

Quindi scarabocchiate, disegnate, scrivete, lasciate perdere tutto e riprendetelo dopo un giorno: la vostra idea vi ringrazierà venendo a voi in tutta la sua chiarezza. E voi alla fine avrete guadagnato del tempo prezioso.