Due link sull’usabilità e uno sulle gesture

Vi avevo accennato che stavo preparando un webinar sull’usabilità: l’ho tenuto, è andato bene (a giudicare dalle reazioni) e quindi vi segnalo le slide annotate con cui potete scoprirlo o rinfrescarlo, se l’avete seguito. Occhio che in Slideshare le note compaiono in un tab un poco sotto le slide, che non si vede facilmente (l’usabilità!). Cercatele per seguire meglio il discorso, visto che le mie slide sono quasi prive di testo.

Oggi sono stata ospite di un blog, quello di Giacomo Mason sulle Intranet, per parlare di test di usabilità in ambiente intranet, per l’appunto. Fatemi sapere se trovate utile il post.

Infine, vi segnalo questo studio interessantissimo sulle gesture: si tratta di un lavoro fatto da UX Fellows (una rete di professionisti UX internazionale, di cui fa parte l’italiana UserTestLab) sui pattern e le differenze culturali nell’uso delle gesture a distanza. Guardate il video e scaricate lo studio, è divertente e ne vale la pena.

A presto, con un post un po’ più corposo! 🙂

User-centered design applicato ai giochi per gatti

Qualche giorno fa ho sorriso molto nel ricevere il pesce d’aprile che ci ha riservato Jakob Nielsen: un articolo che riportava nella sua consueta struttura un verosimile studio di usabilità condotto sui gatti per le applicazioni touch, con conseguenti linee guida di progettazione.

Pur essendo uno scherzo vi confesso che, avendo due gatti in casa, l’osservazione di come interagiscano con i giochi per me è affascinante al pari di assistere a un test di usabilità con gli umani. E mi chiedo come possiamo applicare i nostri metodi per progettare un’esperienza utente soddisfacente per essere così diversi da noi.

Byte e games for catsSull’Ipad ho installato un’app pensata per i felini, Games for cats: tra i possibili scenari ce n’è uno che simula un laser pointer, che normalmente fa impazzire qualunque gatto, ma che in versione schermo non rende il contrasto necessario (il laser ha la sua massima efficacia al buio) e infatti viene spesso snobbato dai miei pelosi. L’altro scenario, quello prediletto, è la caccia al topolino: i gatti ci si fiondano con entrambe le zampe per prenderlo, e quando ci riescono squittisce. Ma spesso lo cercano al di fuori dello schermo, convinti che si sia nascosto sotto il tablet quando scompare dal loro campo visivo. Infilano quindi le zampe sotto, cercando di stanarlo, e rimangono perplessi del fatto che riappaia sempre sopra. In questo caso la situazione diventa preoccupante per me perché ho paura che mi capovolgano l’Ipad o lo facciano cadere dal divano, quindi li fermo!

Hagen massage center for cats

Esiste poi una linea di giochi fisici studiata appositamente per i felini, di cui ho acquistato al momento un solo pezzo ma che mi ha colpito molto per l’approccio di design. La linea Cat-it della Hagen propone infatti dei giochi che stimolano tutti i sensi del gatto e che mescolano il gioco alle necessità quotidiane di cibo o altro.

Io immagino che loro progettino i prodotti all’incirca come noi ci occupiamo di un artefatto digitale. Provo a indovinare:

Avranno fatto un’osservazione…felinografica? Osservare di nascosto come si comportano i gatti che vivono all’esterno, in appartamento, e provando a stimolarli non con domande ma con oggetti vari per testare le loro reazioni.
Avranno forse realizzato un benchmarking sugli altri giochi e accessori disponibili sul mercato, magari addirittura vedendo come i gatti ci interagiscono.
Si saranno documentati sulla fisiologia e sull’etologia feline per capire i loro bisogni quotidiani, dato che non possono chiederglieli. Qualcosa come il farsi le unghie, lo strofinare le ghiandole del muso negli angoli, la necessità di “fare la pasta”, la voglia di caccia e di gioco, l’appetito, e così via.
Avranno quindi progettato dei prototipi con varie forme, materiali e stimolazioni sensoriali, e li avranno testati su dei campioni di gatti. Chissà se hanno considerato (come Nielsen suggeriva scherzando) gatti di età diverse, di razze diverse, di provenienze diverse (domestici e semi-randagi). A pelo lungo e pelo corto? Sterilizzati o meno?

Forse avranno persino tenuto conto dei bisogni di altri utenti apparentemente secondari: gli umani che convivono con i felini! Gli oggetti infatti sono destinati a stare per lo più dentro casa. Saranno quindi esteticamente gradevoli? Saranno pesanti o leggeri? Smontabili o interi? Saranno lavabili? Hanno parti che si possono sostituire? E infine, quanto costano?

Dato il successo dei loro prodotti immagino che l’azienda abbia lavorato più o meno così. 🙂

Certo mi piacerebbe sapere i dettagli il processo che hanno seguito. Ancora di più mi piacerebbe cimentarmi con prodotti così lontani da quelli che progetto normalmente. Chissà, potrebbe succedere!

Sforzarsi di progettare su carta

appunti per le mie slide di usabilità

Sto preparando le mie slide per il webinar di usabilità di base (ci sono ancora posti, se volete!) e mi sto sforzando di lavorare solo con carta e penna fin quando tutti i concetti non siano ben delineati, non abbia trovato una sequenza logica precisa e non sia arrivata al numero giusto, che in genere equivale al numero di minuti di presentazione/2, per me.

Mi accorgo che è uno sforzo costante resistere alla tentazione di aprire il programma sul PC e iniziare a impaginarle. Ciò nonostante resisto e vinco la mia battaglia interiore, perché lavorare a bassa fedeltà è utile non solo quando si progettano siti web: lo è sempre.

I ragazzi del workshop sulla UX mi hanno detto che questa è stata una delle sfide maggiori per loro, e me ne sono accorta per il tenore delle loro lamentele: obbligati a usare carta, matita, cartoncino e scotch, hanno dovuto prototipare a bassa fedeltà, forse per la prima volta in vita loro.

Perché è così importante il passaggio su carta? Per vari motivi.

Perché ci consente di dare libero sfogo alla creatività nel momento iniziale e generativo del processo.

Perché non ci pone limiti tecnici dettati dallo strumento e quindi modificare (e iterare) idee e soluzioni è veloce e costa poco, anche psicologicamente.

Ma, soprattutto, perché ci obbliga a focalizzarci su ciò che conta senza la distrazione del superfluo. Inutile perdersi a correggere il dettaglio quando ancora non abbiamo messo a fuoco l’idea progettuale declinandola in tutti gli aspetti connessi che la definiscono. E questo vale sia per un wireframe che per una presentazione, o per qualsiasi altro progetto, fisico o digitale che sia.

Quindi scarabocchiate, disegnate, scrivete, lasciate perdere tutto e riprendetelo dopo un giorno: la vostra idea vi ringrazierà venendo a voi in tutta la sua chiarezza. E voi alla fine avrete guadagnato del tempo prezioso.

 

 

Cosa si impara a insegnare la UX

La settimana del mio workshop allo IED si è conclusa e posso tirare le somme su cosa mi abbia insegnato.

Brainstorming post-ricerca con gli utenti: mappatura
Brainstorming post-ricerca con gli utenti: mappatura

L’ultimo giorno ho posto ai ragazzi una serie di domande per analizzare quanto avevamo fatto insieme. Voglio provare a farmi le stesse domande e vedere cosa ne esce fuori.

Qual’è stata la cosa che ti ha sorpreso di più?

Essere stata in grado di dare un feedback costante, motivato e circostanziato sul lavoro dei ragazzi. Mi ha dimostrato in modo tangibile che il metodo dello user-centered design ha basi solide e molteplici applicazioni.

Quale è stata la cosa che ti è parsa più difficile?

La fatica fisica oltre a quella mentale. Rispetto a una lezione frontale il workshop ti prosciuga di energia, nonostante lavorino loro!

Prototipo allestito per il test di usabilità
Prototipo allestito per il test di usabilità

E quale quella più divertente?

I test di usabilità. Vedere i ragazzi soffrire nel testimoniare che il loro prototipo aveva dei problemi è stato bellissimo. E’ un momento di svolta dell’intero processo, dove metti alla prova le tue convinzioni e le devi lasciar andare per un bene superiore, che è quello di soddisfare il tuo utente.

Uno dei prodotti ideati dai ragazzi: un free-press per la terza età.
Uno dei prodotti ideati dai ragazzi: un free-press per la terza età.

Cosa ti porti a casa da questa esperienza?

La soddisfazione di essere riuscita a instillare dei dubbi nelle testoline in cerca di certezze.

La costante sfida con il mio carattere e le personalità degli altri, per costruire un rapporto proficuo e di crescita.

La convinzione ancora più radicata che amo questo lavoro.

Laboratorio di User Experience allo IED Factory

Un prototipo semplificato di telecomando: basta un po' di cartone!
Un prototipo semplificato di telecomando usabile: basta un po’ di cartone!

Dal 4 all’8 marzo terrò un laboratorio pratico sul tema della User Experience presso lo IED di Roma, dal titolo “User Experience: la progettazione a misura di utente come strategia di branding“.

Lo IED Factory, così si chiama l’iniziativa, è una settimana di workshop aperti agli studenti IED Roma del primo e del secondo anno tenuti da artisti, fotografi, designer, registi ed esperti della comunicazione.

Cosa c’entro io, direte? Be’, cercherò di insegnare ai ragazzi come si lavora con e per gli utenti: dalla ricerca alla prototipazione, passando per i test di usabilità e i modelli mentali. Vorrei fornire loro un metodo di lavoro che possano impiegare in ambiti anche molto lontani dai miei.

Ci sarà da divertirsi, per loro e per me: sono sempre stata convinta che imparare lavorando sia molto efficace e che stimoli la voglia di approfondimento e di studio. Un approccio forse un po’ anglosassone che dovremmo provare a sperimentare più spesso anche qui, io credo.

Vi terrò aggiornati su come procede, naturalmente (se sopravvivo a trenta ragazzi ventenni!).

Fatemi l’in bocca al lupo!

UsabilitABC: un webinar gratuito di Architecta per capirne di più

Usable usability index, book by Eric Reiss

Mercoledì 10 aprile, alle 18:30, comodamente dal vostro pc casalingo potete seguire un webinar gratuito in cui vi spiegherò i concetti alla base dell‘usabilità. Iscrivetevi!

Architecta, organizzatrice di questi cicli formativi a distanza e del Summit Italiano di Architettura dell’Informazione, è un’associazione che sostiene e promuove coloro che progettano il modo in cui le persone e le informazioni interagiscono. Ne faccio parte con altri stimati colleghi e amici da tre anni.

Cos’è l’usabilità?

Prendo a prestito la definizione di Eric Reiss, dal suo ultimo libro Usable usability, traducendola in italiano:

L’usabilità ha a che fare con la capacità di un individuo di compiere attività specifiche o di raggiungere obiettivi più ampi mentre “utilizza” una qualsiasi cosa sia oggetto di studio, miglioramento o progettazione – inclusi i servizi che non comportano nemmeno l’interazione con un oggetto come una maniglia o una pagina web.

Quindi un oggetto usabile è quello che ci permette di raggiungere un nostro obiettivo, svolgendo una serie di attività con esso. Ma c’è di più: è anche quell’oggetto che ci permette di considerare l’intera esperienza come piacevole e soddisfacente.

Se vi sembra un ragionamento complesso,  be’,  iscrivetevi al mio webinar: cercherò di renderlo più semplice e comprensibile per voi.

Vi aspetto!

L’usabilità di Italo Treno non va tanto meglio

Siccome può sembrare che io ce l’abbia su con  Trenitalia per il loro pessimo sito (e sono in compagnia di buona parte della rete), non volendo fare un torto a nessuno vi racconto anche le stranezze viste oggi sul sito di Italo.

Non confronterò i processi di acquisto ma alcune semplici interazioni in cui sono incappata.

Torno sul sito dopo parecchio tempo e provo ad accedere al mio account, che mi pareva aver salvato con username e password. Seguo il link ma mi trovo questo messaggio:

Account inesistente Italo

Che strano, eppure io sono sicura di essermi già registrata con questo account. E se fosse solo la password sbagliata? Seguo il link di recupero password (che non c’è in questo messaggio!) e inserendo la medesima casella e-mail di prima ottengo l’invio della nuova password.

Allora il mio account non è inesistente! E perché mi dite che lo è?

Proseguo inserendo la password temporanea e, correttamente, il sistema mi porta direttamente a una pagina dove devo creare la mia nuova password. Ottimo.

Inserisco la password: primo errore. Devo rispettare determinate regole di caratteri e lunghezza, ovviamente. Ok, se me lo dicevate prima evitavamo questo passaggio, ma pazienza.

Inserisco una seconda password corretta. Il sistema sembra in stallo, poi compare questo messaggio:

Errore sulla password Italo

Perché la mia password non è valida? Non me lo dicono.

Mi fanno venire il sospetto, con la seconda frase, che sia già stata utilizzata da me in passato, ma è impossibile visto che l’ho appena cambiata per rispettare le regole. E poi io non ho fatto 5 tentativi, ero solo al secondo! Di nuovo, vengo lasciata a me stessa senza indicazioni di cosa stia succedendo e perché.

Altra informazione che invece mi forniscono è che il servizio di assistenza è disponibile “fino alle 24”. Ma a partire da che ora? O significa h24? Di nuovo, mah.

Ovviamente non mancano i dettagli sull’errore, utilissimi: 1123 – ExternalSystemFailurePasswordHistory. Immagino che se chiamo l’assistenza e riferisco loro questo errore sapranno certamente cos’è.

In sostanza: sarebbe utile avere solo le informazioni necessarie, passo per passo, in modo chiaro. E niente di più.

Ma continuo, e perseverando, torno alla pagina, inserisco una password diversa e questa volta pare funzionare. Lo noto perché il sito mi dice che sono loggata. Mi fido?

loggata italo

Vado alla Home page cliccando sul logo, e succede una cosa strana. La Home appare così:

home sloggata italo

Boh. Si sono persi il log navigando nel sito? Andiamo bene.

Riprovo a loggarmi? Clicco su Accedi al tuo account ed ecco un nuovo messaggio di errore, che questa volta mi lascia completamente basita:

area protetta italo

Ho l’impressione che ci sia ancora da lavorare prima di ritenere questo sito davvero usabile. Non basta il font grande e leggibile, caro Italo.

Farsi e fare le domande giuste

Ogni tanto mi arrivano mail dai brand che seguo che annunciano nuovi prodotti, o feature o l’entrata nel grande mondo dei social network.

Quello che mi lascia interdetta è quanto poco, nella progettazione di queste novità, si sia pensato agli utenti che ne usufruiranno.

Ne ho la riprova leggendo i testi markettari che le presentano. Per esempio, l’annuncio di Fineco dell’apertura della fan page su Facebook.

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Io sono correntista Fineco ma delle cose elencate qui, francamente, non mi interessa nulla.

L’uso che mi aspetto da un social è il contatto diretto e veloce con qualcuno per risolvere un mio problema, suggerirmi nuovi prodotti, e magari lasciare dei commenti su contenuti che mi interessano.

Di sicuro vedere le campagne pubblicitarie non è una mia priorità. Tanto meno condividerle con i miei amici, trascinata dall’entusiasmo verso la mia banca. Certo, come no!

Insomma, ancora una volta mi domando se i grandi della comunicazione se la siano posta qualche domanda. E ancora di più, se l’abbiano posta ai loro clienti, per cercare di capire i loro bisogni.

Non occorre aprire una pagina Facebook solo perché lo fanno tutti, eh? Talvolta meglio aspettare, ascoltare, e nel frattempo tacere.

Topolino e la User Experience

Giorgio Cavazzano a Lucca 2012

Ho avuto il privilegio di incontrare Giorgio Cavazzano qualche giorno fa al Lucca Comics and Games. Per chi non lo sapesse, Cavazzano è uno dei disegnatori storici di Topolino e sicuramente uno dei miei preferiti.

Durante un incontro con il pubblico ha raccontato il suo personale percorso come disegnatore, che meriterebbe un posto d’onore tra le storie citate da Sir Ken Robinson, e ha condiviso particolari affascinanti su come nasca una storia a fumetti. Non ho potuto fare a meno di riconoscere, nei suoi racconti, tantissimi punti in comune con il processo di design della User Experience. La cosa è curiosa, e ho deciso di condividerla per vedere se trova un riscontro anche nella vostra esperienza.

Assieme a Cavazzano era presente anche Tito Faraci, sceneggiatore per Topolino e altre testate Bonelli, e i due hanno messo su una scenetta del tipico processo creativo che avviene tra loro, normalmente al telefono. Tito racconta una storia, che fino a quel momento è solo nella sua testa, e Giorgio scarabocchia mentre lo ascolta. I due dialogano, si fanno domande, provano soluzioni e le modificano. Nasce una storia illustrata che poi verrà affinata. Dove sono le analogie? Eccole qui.

Tito Faraci dice che quando scrive una storia ha i lettori in mente, e sa che li deve divertire e appassionare. Ma non chiederebbe mai loro cosa vorrebbero. Vi suona familiare? Quando gli UX designer progettano, lo fanno per le persone: creano qualcosa che soddisfi i loro bisogni, senza mai chiedere loro direttamente cosa vorrebbero, perché non si tratta di esaudire dei desideri ma di fornire ciò che serve. Se la differenza vi sembra sottile, credetemi, non lo è.

Il lavoro di creazione della storia è un processo con varie fasi, molte delle quali si svolgono come lavoro di squadra: si tratta di co-design! Lo sceneggiatore e il disegnatore sono due professionalità distinte, eppure nella creazione della storia è difficile dire chi influenzi cosa: Cavazzano racconta di come immagina le inquadrature e i passaggi essenziali per far sì che la storia fluisca e che il lettore non trovi salti logici eccessivi. Faraci aggiunge che a volte ha bisogno di un certo tipo di automobile, con il cofano che si apre in un certo modo, perché l’azione che vuole far compiere a uno dei personaggi lo richiede. La metafora con i wireframe e gli user scenarios è davvero calzante, secondo me.  Anche nella UX ci si trova spesso a  progettare con colleghi o stakeholder dalle diverse competenze, per far sì che l’esperienza complessiva dell’utente sia coerente, facile, soddisfacente. E’ un processo a più mani e più cervelli, proprio come la stesura di una storia a fumetti.

Infine, un altro elemento che ricordo delle parole di Cavazzano è il processo di asciugatura del suo disegno, che per me ha tanto in comune con la prototipazione. Lui racconta di come il passaggio dalla prima matita alla successiva, fino alla china, richieda un costante sforzo “a togliere”: va eliminato il superfluo dal disegno, che deve essere in grado di comunicare al lettore l’emozione e l’intenzione che ci sono dietro senza appesantirlo. Un parallelo interessantissimo con l’adagio UX  “less is more“.

Ho la sensazione che questo parallelo possa esistere anche in molti altri processi creativi.

La ‘spesa che non pesa’ continua a pesare

Tempo fa avevo parlato dei problemi de La spesa che non pesa, il servizio di consegna a domicilio della Coop.

Avevo notato alcuni cambiamenti, di recente, visto che ho ripreso a usare il servizio (per mancanza di alternativa, più che altro). In particolare, ho tentato la difficile impresa di fare la spesa tramite l’app per Ipad, da cui mi aspettavo il peggio. Invece, tutto sommato, è un po’ meglio del sito, che rimane ancora a livelli inaccettabili.

Con l’ultima spesa, arriva questa lettera:

buono regalo Zalando da La spesa che non pesa

Personalmente avrei preferito che investissero sull’effettivo miglioramento del sito, che è cambiato pochissimo. Ma non si può dire che il gesto non sia apprezzabile.

Ce la faranno a capire come si fa a fare un sito di e-shopping decente? La strada sembra lunga, ma staremo a vedere.