L’usabilità (si fa per dire) del sito di Trenitalia

Ogni tanto qualcuno mi chiede in cosa consista il mio lavoro, e oggi ho un esempio lampante da farvi che, forse, ve lo farà capire: provare a cambiare un biglietto sul sito di Trenitalia.

Mi concedo il diletto di presentarvelo come se fosse un film. Mettetevi comodi: sarà lunghetto, ci saranno un sacco di immagini, e qualche sorpresa alla fine.

L’avventura comincia qui

Ho acquistato poco fa un’andata e ritorno per Milano sul Frecciarossa, che devo cambiare. Vado quindi sul sito alla ricerca dei miei biglietti (devo prima entrare nella mia area riservata) e cerco l’opzione del cambio biglietto.

Mi trovo davanti (in basso!) lo storico dei miei acquisti, e già noto una cosa:

Menù azioni sul biglietto

Nonostante io abbia acquistato un viaggio a/r, i menù che mi permettono di operare sono distinti fra andata e ritorno. Probabilmente, quindi, sarò costretta a ripetere l’operazione due volte. Cominciano bene.

Clicco su “Cambio biglietto”, e mi trovo questa schermata.

Schermata cambio biglietto

Per proseguire devo necessariamente selezionare il check box per l’unico passeggero (!), che sarei io, e poi selezionare “adulto” dal menù a tendina.

Era assolutamente necessario questo passaggio? Ma continuiamo.

Mi trovo davanti ai seguenti bottoni: Aggiungi passeggeri – Elimina passeggeri – Cambia offerta/servizio – Cambia soluzione.

Io voglio cambiare il biglietto, ossia cambiare data e orario: quale dovrei scegliere? L’opzione “cambia data e orario” non compare.

A naso, e solo perché mi ricordo che il sito di Trenitalia si riferisce a date e orari come “soluzioni di viaggio”, scelgo l’ultimo bottone.

Sembra funzionare.

Schermata scelta da modificare

Sorvolo su tutte le opzioni sovrastanti la tabella e sul fatto che, di nuovo, mi dia la possibilità di cambiare da adulto a bambino (magari nel frattempo ho cambiato idea sulla mia età, chissà). Vado avanti, e scelgo la data e orario alternativi dalla lista.

Individuo una soluzione che mi vada bene, e clicco su Cerca.

Mi dà errore.

Schermata di errore

“Il cambio biglietto è consentito solo verso l’offerta Economy cambio biglietto”. Ah be’, chiarissimo!

Ma allora perché mi avete fatto proseguire fino a qui, mi domando?

Mi lambicco un po’ il cervello per capire cosa possa significare quel messaggio. Alla fine, visto che contiene la parola “offerta”, mi viene in mente di tornare alla prima scelta, quella dei quattro bottoni. E clicco stavolta su “Cambia offerta/servizio”.

Arrivo qui:

Schermata cambio offerta

Mi trovo davanti a  tutto tranne che l’opzione di “Cambiare offerta”. Mi butto. Sarà sotto la tendina “Prezzo”? Proviamo…

Eccola! Seleziono l’opzione che avevo letto nel messaggio di errore, ossia “Economy cambio biglietto” e clicco su Continua.

Schermata finale del cambio offerta

Mi appare l’ennesima schermata da cui a malapena evinco il cambio richiesto, visto che in primo piano ho la data e orario vecchi, che vorrei cambiare.

Ma guardando la tabella sottostante, effettivamente, c’è un Quadro sintesi modifiche che mi dice che…ho cambiato tariffa. Anzi no, era offerta. Offerta/servizio. Ma qui la chiamano “Nuova offerta/classe”. Eh!?

L’unica cosa chiara è che devo pagare 37 euro di differenza. Ma non appare da nessuna parte la nuova data e orario da scegliere, per cui io mi fermo.

Non mi fido di cliccare su Continua, pagare, e non essere certa che poi potrò modificare le mie date.

Desisto, getto la spugna. Non avrete i miei soldi! Aaaarghh!!

THE END

Titoli di coda.

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Ecco, io per lavoro faccio questo: progetto flussi e pagine (o step, per processi non digitali) in modo che siano:

  • chiari su cosa sta succedendo in ogni momento
  • facili da percorrere
  • piacevoli da usare, senza causare stress o frustrazione in chi li usa.

…aspettate! Ci sono gli outtake!

Volete sapere qual’era la procedura corretta? Ecco una splendida pagina di spiegazione sul sito di Trenitalia, gentilmente fornitami dall’efficiente account Twitter de Le frecce.

Non ha niente a che fare con ciò che ho fatto io ma per loro è quella giusta. Chissà chi ha ragione?

Tra una settimana all’Euro IA: io ci sarò, e voi?

Mettiamo il caso che viviate a Roma, o che abbiate progettato un soggiorno nella Capitale per la prossima settimana.

Poniamo anche che lavoriate come progettisti web, grafici o visual, interaction designer, architetti dell’informazione o altre figure correlate.

Potrebbe persino darsi che non abbiate mai sentito nominare lo European Summit of Information Architecture (Euro IA).

Ebbene, la prossima edizione del suddetto si terrà a Roma, dal 27 al 29 settembre!

Io ci sarò, e venerdì 28 terrò un intervento sul mio passaggio dalla professione di agronoma a quella del magnifico mondo della User Experience (UX).

Non siete curiosissimi? Io non sto più nella pelle!

Correte a iscrivervi finché ci sono posti, e sappiate che ci sono tariffe molto scontate per gli italiani (chiedetemi come!).

Vi aspetto! 🙂


Miglio senegalese

Lista poco ragionata di libri per UX designers

Un’amica e collega mi ha chiesto di prepararle una lista di libri sulla User Experience da cui attingere per approfondire la vastità di argomenti che vengono trattati in questa disciplina e ho pensato di pubblicarla qui, casomai fosse utile anche agli altri.

Io all’inizio mi sono ispirata all’elenco di Alberto Mucignat che è stato senza dubbio utilissimo, arricchito poi dai numerosi incontri dello UX Book Club di Roma che mi hanno “costretta” a cimentarmi con letture molto varie, per fortuna.

Ma la mia lista per Claudia ha un taglio più personale e soprattutto risponde a un’esigenza che io condivido  totalmente: il bisogno di manuali, linee guida, di libri pratici per aumentare il proprio bagaglio o cassetta degli attrezzi in modo da poterli mettere subito in pratica. In seguito, e magari incuriositi dalla pratica, si possono approfondire le basi teoriche e fare considerazioni più ampie e complesse.

Eccola qua questa lista sragionata:

  • A project guide to UX Design, di Ross Unger e Carolyn Chandler: viene descritto l’intero processo, dalla ricerca alla progettazione fino alla realizzazione, con un approccio pragmatico anche se non approfonditissimo. Ideale per iniziare (nel frattempo è uscita la seconda edizione, io lessi la prima).
  • Don’t make me think, di Steve Krug: semplice, intuitivo, spiega passo passo il nòcciolo della UX per l’utente, ossia “datemi qualcosa di facile e che funzioni!”. Imperdibile, e disponibile anche in italiano.
  • Card sorting, di Donna Spencer: il libro di riferimento per questa tecnica di lavoro, ottimo e efficace.
  • The handbook of usability testing, di Robin Chisnell: esaustivo, spiega passo passo come cimentarsi con questa pratica così importante per noi UX designers.
  • Moderating usability tests: principles and practices for interacting, di Joseph S. Dumas e Beth A. Loring: risorsa preziosissima per perfezionare la sottile arte del moderare test di usabilità (grazie @titotopo per il suggerimento!).
  • Mental models, di Indi Young: un semplice manuale per imparare a mappare i modelli mentali dei nostri utenti.
  • Search patterns, di Peter Morville e Jeffery Callender: una guida ragionata alla progettazione della ricerca dei contenuti (in cui è infilata persino una citazione da Harry Potter!).
  • Storytelling for user experience, di Whitney Quesenbery e Kevin Brooks: mille e uno modi per impiegare lo storytelling in molte delle fasi dello UX design. Divertente e motivante!

Mi fermo qui per il momento, ma chissà che non torni ad arricchire la lista, magari con la seconda parte dedicata alle basi teoriche.

Consiglio comunque questo elenco molto esaustivo e organizzato di Whitney Hess, che include persino eventi, formazione e altre risorse utili.

UX books

Rainbow Magicland e la bacchetta magica per orientarsi!

Ieri, con la scusa di intrattenere la bimba di alcuni cari amici, sono stata al Rainbow Magic Land (o Magicland? o MagicLand? boh) e da appassionata di parchi divertimento ecco la mia recensione personale e un po’ anche professionale. 😉

Cominciamo dalle cose positive, ché non voglio praticare lo sport nazionale del “demoliamo tutto ciò che è nostrano a prescindere”.

Il parco è bello: le ambientazioni, gli spazi verdi e coperti, le attrazioni sono degni di un parco divertimenti moderno. C’è lo spazio per i piccoli e i rollercoaster per i grandi, c’è modo di rinfrescarsi e di vedere gli spettacoli. Pur non avendo il plus dei marchi più noti secondo me non gli manca nulla, anche in previsione di espansioni future.

Il personale è stato gentilissimo e sorridente, per tutto il giorno, sia nelle attrazioni che negli infopoint o ai punti ristoro. La cosa merita di essere menzionata perché nell’esperienza utente il fatto di venire accolti umanamente bene conta moltissimo. E diciamo che in Italia non si può dare per scontato perché accade ancora troppo poco spesso.

Altra nota di merito, i bagni erano puliti e sempre dotati di carta igienica e sapone (anche questo è raro da noi, quindi va fatto notare!).

L’offerta di cibo accontenta un po’ tutti, dal pasto veloce fino al ristorante di lusso, che non ho provato.

Per me che sono intollerante al glutine è stato bello avere possibilità di scelta con piatti surgelati certificati (anche se consiglio un cambio di marchio, molto meglio i DS!). Magari il rapporto/qualità prezzo andrebbe corretto, ma insomma.

12 euro per il pollo peggiore che io possa ricordare

E passiamo alle note dolenti che purtroppo non sono mancate, ma essendo risolvibili spero si adoperino per migliorarle presto.

E’ molto difficile orientarsi nel parco: una bacchetta magica sarebbe davvero servita!

Dico orientarsi e intendo:

  • La mappa cartacea fornita non aiuta a capire quali attrazioni, ristoranti e altro ci siano, è praticamente illegibile
  • Nei vialetti del parco non c’è un singolo cartello che indichi la direzione di questa o quella attrazione (sono limitati ai bagni, ai carabinieri, al bancomat, ecc.)
  • Si fatica a capire persino dove si entra e ci si mette in fila per un’attrazione, finendo per girarci intorno
  • La cartellonistica è poco chiara, specie riguardo i limiti di accesso per età o altezza (viene sempre usato il simbolo del divieto anche se in realtà si vuole indicare che il bambino al di sotto di una certa età può entrare ma solo se accompagnato).
L’amara sorpresa una volta arrivati all’area dei piccoli

Gli orari di apertura e delle attrazioni non vengono comunicati efficacemente.

Diciamo che la comunicazione tutta andrebbe rivista: il sito, interamente in flash e pieno solo di video non facilita chi vuole programmare un percorso o avere informazioni dettagliate. Per dire, non c’è nemmeno un elenco di tutte le attrazioni adatte ai più piccoli.

E a proposito di informazioni  mancanti o intempestive, io ero con una bimba di 4 anni e avevo organizzato un certo percorso e una tempistica, e quando arrivo all’apertura del parco (10:00) scopro che:

  • Il percorso più breve dall’entrata all’area dei piccoli è chiuso fino alle 11:00 (?). Per arrivarci tocca fare il giro lungo intorno al lago
  • L’area dei piccoli apre solo alle 10:30
  • Due attrazioni dell’area dei piccoli aprono alle 14:00 (vedi foto sopra).

Tutte queste preziose informazioni non solo non compaiono sul sito né nell’orario giornaliero degli spettacoli o eventi ma vengono fornite in loco o da persone messe lì a sorvegliare il divieto di accesso o da poster affissi sopra ai cartelloni delle attrazioni. In entrambi i casi vengono date troppo tardi per chi si era organizzato e magari ha bimbi scalpitanti al seguito.

Quindi ecco che diventano del tutto inutili le mail di reminder o di commiato, che tra l’altro tradiscono lo zampino di qualche amante dei database. A cosa serve questa e-mail? Non c’è nemmeno un questionario di soddisfazione da riempire.

Insomma, in definitiva un parco così a due passi da Roma ci voleva. Ma c’è da lavorare per arrivare anche solo a scalfire la qualità dei parchi più noti. Coraggio, si può fare!

Cosa ci vuole per fare lo UX designer?

Supponiamo che un bel giorno vi svegliate desiderando di voler cambiare lavoro (magari da settori limitrofi, oppure con salti professionali più lunghi). E mettiamo il caso che il lavoro che volete svolgere sia lo UX designer. Da dove si comincia? Cosa vi conviene fare?

Non so se sia una ricetta universale, ma io condivido la mia, sperando vi sia utile.

1. L’incontro significativo con un altro UX designer
Nel mio caso è stato abbastanza evidente che la molla per la manifestazione del mio desiderio sia stata inciampare su un (futuro) collega che il mio capo all’epoca definì come colui “whose hair just exploded” (i cui capelli erano appena esplosi).
Perché? Perché ha risposto alle mie domande incuriosite, mi ha spiegato cosa fosse la User Experience, mi ha contagiato con il suo entusiasmo.
Infine, mi ha fatto capire l’importanza dei punti seguenti.

2. Entrare nella community
Il nanosecondo dopo essermi affacciata nel mondo della UX mi sono resa conto di avere un gran numero di bisogni (proprio come le persone che avrei studiato in seguito):

  • il bisogno di formazione, perché, specialmente in Italia, è un ambito innovativo ancora pochissimo recepito dall’accademia; ma anche per la natura molto pratica di questo bisogno che richiede workshop, esercitazioni, sessioni di gruppo per venire soddisfatto.
  • il bisogno di orientamento, per ricevere consigli su chi sono gli esperti da seguire su un certo tema, sui libri fondamentali da avere, sui corsi su cui vale la pena investire risorse.
  • il bisogno di confrontarsi, perché si tratta di un mondo in costante evoluzione e che si avvale di best practice, di esperienza quindi, per cui diventa vitale -specie all’inizio- ascoltarla dalla viva voce dei colleghi.
  • infine, il bisogno di una pacca sulla spalla. Questo lavoro ci porta spesso dentro situazioni complesse dal punto di vista professionale e anche umano, perché si interagisce con figure distanti e a volte con persone difficili. Confrontarsi su questo aiuta a superare i momenti di sconforto.

Io ho trovato prezioso entrare nello UX Book Club di Roma: una comunità di persone che si incontrano una volta al mese per commentare un libro (ma non solo) su uno dei tanti temi legati dal filo rosso della UX. Ne stanno nascendo altri due in Italia, uno in Sardegna e l’altro a Milano. Non siate timidi e andateci! Non ve ne pentirete.

Poi ci sono eventi su scala nazionale come il Summit Italiano di Architettura dell’Informazione, dove vengono svolti workshop formativi e si ascoltano presentazioni di chi lavora o studia nel settore. Si è appena conclusa l’edizione del 2012, a mio parere ottima: vi consiglio di dare un’occhiata alle tre presentazioni che ho preferito.

Ma bisogna esserci e viverlo (mi direte, ve lo potevo dire prima! Vero).

Se ve lo siete persi, non potete però mancare alla versione europea dello stesso, l’Euro IA Summit, visto che quest’anno si terrà a Roma, a fine settembre.

3. Avere entusiasmo, tanto.
Perché c’è bisogno di studiare parecchio, discipline diverse, leggere libri e blog, seguire gruppi di discussione e questo livello di impegno, secondo me, si ottiene solo se si ha passione. Quanto meno è molto più divertente, se l’avete.

Ho dimenticato qualcosa? Se sì, scrivetemelo.

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UX non è fantascienza, è pensare come gli utenti

Non basta far comparire la parola User Experience sulla home del Corriere.it per far passare un concetto che, ai più, appare complicato e oscuro.

Provo quindi a dare un mio minuscolo contributo, scaturito da un post su Facebook letto e commentato stamattina.

Dalla pagina di Kiko viene lanciato un nuovo prodotto, con link alla pagina del sito. Leggo distrattamente il testo (troppa fuffa per me, ma lasciamo perdere) e poi per capirci qualcosa in più, visto che si tratta di un prodotto 2 in 1 e non capisco bene com’è fatto e come si usa, provo a vedere il video.

Secondo voi cosa c’è nel minuto di filmato? Una prova del prodotto sulla pelle del viso? Le tecniche per applicarlo? No, ovviamente. C’è solo una modella che si contorce, e in sovrimpressione un paio di slogan a effetto che non dicono granché.

Studiare l’esperienza utente (la UX, appunto) significa mettersi dalla parte dell’utente per capire di cosa ha bisogno: Che informazioni cerca? Come gliele posso presentare? Il testo che ho scritto è comprensibile per lui/lei? In sostanza, ho soddisfatto le sue aspettative e risposto alle sue richieste?

Per questo ho risposto al post su Facebook chiedendo il senso di un video che, secondo me, soddisfa forse il direttore marketing e il regista, ma non il possibile acquirente del prodotto.

Image

I like possono dire molto, a volte.

Perché adoro il Kindle (dopo averlo usato)

Non ho fatto in tempo a scartarlo che  già mi aveva colpito per la leggerezza e per il formato super compatto. Il Kindle (l’e-book reader di Amazon) è pensato per essere letto, come un tascabile, ed entra nel taschino dei pantaloni.

Kindle E-book readerSecondo me è un oggetto azzeccatissimo e molto usabile.

Si tiene anche con una mano sola e si sfoglia con un dito della stessa, anche se siete mancini. Ma non è touch, e forse anche questo ne aumenta il fascino, per me.

Mi è tornato particolamente utile in qualche viaggio, durante spostamenti o pause pranzo, ma anche a casa.

Le pagine si leggono benissimo (specialmente se il formato del file è quello apposito, perché la lettura dei pdf potrebbe essere più complicata). Il contrasto e la leggibilità sono elevati e del tutto replicanti l’esperienza della carta stampata, e la mancanza di retroilluminazione non stanca la vista.

Volendo si può cambiare il font  o modificare la dimensione, ma io l’ho lasciato così perché mi sembra davvero di leggere su carta.

Si possono anche prendere appunti, sottolineare passaggi, oltre ovviamente a ripartire da dove ho interrotto la lettura ogni volta che riapro uno dei libri. E una volta finito di leggere, posso assegnare un punteggio e condividere la mia valutazione online.

Less is more: non c’è nulla di eccessivo in questo dispositivo: non è enorme, non è a colori, non si illumina, non serve a navigare anche se ha un browser e si connette via wifi, non ha uno schermo tattile. Eppure, o forse proprio per questo, assolve al suo scopo in modo eccellente.

Un prodotto che consiglio a chiunque voglia entrare nel mondo degli e-book reader. E già che ci siete, perché non scaricare alcuni dei tantissimi libri classici disponibili gratuitamente in formato .mobi? Magari è l’occasione giusta per rileggere L’isola del tesoro o Il mastino di Baskerville tra una metro e un bus.

Il tocco umano nell’e-commerce

Premessa: sembra un blog dedicato all’e-commerce ma non lo è. Almeno, non solo!

Due giorni fa ho ricevuto un pacco che avevo ordinato tempo addietro. Si trattava di una buona scorta di biscotti senza glutine, spekulatius per lo piú, ma non solo. Qui in Italia non si trovano, almeno non facilmente, per cui li ho cercati online, sono approdata su un sito estero, ho verificato al volo che spedissero in Italia, e ho effettuato il mio acquisto. Una transazione velocissima e indolore.

Se mi aveste chiesto allora il nome del sito, o la sua nazionalitá, non avrei saputo rispondervi. Del nome non ricordavo nemmeno l’iniziale, della localizzazione geografica supponevo si trattasse di “un paese del Nord Europa”. La mia esperienza con loro si sarebbe conclusa con un minimo scambio di informazioni e senza aver stabilito un qualsivoglia tipo di legame che non si esaurisse nell’arco di tempo della compravendita stessa.

Se non fosse per due cose che sono accadute, e che non mi aspettavo.

La prima, è l’aver ricevuto la seguente e-mail:

Si potrebbe pensare che sia un atto invadente e irritante il venire automaticamente iscritti con un account; invece a me ha fatto piacere, perché mi hanno fatto risparmiare tempo (quello della registrazione) e non mi hanno chiesto ulteriori dati personali. Inoltre ho avuto la sensazione che loro ci tenessero a me, che si preoccupassero di tenermi al corrente del mio ordine. Mi è piaciuto.

La seconda è avvenuta quasi contestualmente all’arrivo del pacchetto. Quasi perché arrivata il giorno seguente e al mio indirizzo di casa (non a quello di consegna).  Si trattava di una lettera cartacea, che stavo quasi per buttare convinta si trattasse della ricevuta dell’ordine, ma che per fortuna ho aperto, incuriosita dal fatto che l’intestazione fosse scritta a mano.

Dentro la lettera ho trovato questo:

Un biglietto di auguri di Natale. Semplice, ma scritto a mano, con un paesaggio inconfondibile che mi ha comunicato la loro identitá e il loro modo di rapportarsi a un cliente. C’era scritto “grazie”, e “Buon Natale”, ma per me ha significato molto di piú.

Da ditta sconosciuta trovata su google, Kamterra è riuscita a intraprendere un discorso con me, che potrebbe proseguire oltre il singolo acquisto. Gli anglofoni lo chiamerebbero engage with your customer. Di sicuro loro hanno guadagnato una cliente in Italia.

E con questo (e con la neve vintage sul blog) vi auguro Buon Natale e Buon Anno Nuovo. Ci si rilegge nel 2012! 🙂

La fidelizzazione nel post-vendita

Sono cresciuta con questo adagio: “se qualcosa non va, scrivi una lettera”.

Questo mi diceva sempre mio padre, con l’intenzione di tagliare corto di fronte alle mie lamentele su qualcuno o qualcosa ma, ne sono convinta, con l’intento di dirmi che per cambiare il mondo serve anche il nostro stimolo.

É una cosa che continuo a fare anche oggi: segnalo, riempio questionari, compilo form di reclamo, mando mail. Ma scrivo anche quando resto soddisfatta di un servizio o di un prodotto perché sono convinta che serva anche questo a migliorare il mondo.

Cosí ho fatto con Ucci Games, una ditta italiana che vende videogiochi online, con cui ho avuto sempre esperienze positivissime fatte di professionalitá, velocitá e cortesia.

Ecco quindi che trovandomi di fronte al primo ostacolo in fase di consegna di un ordine, torno a scrivergli, questa volta lamentandomi del problema. La questione riguardava gli indirizzi di spedizione e fatturazione (annosa questione con cui ci si scontra ancora troppo spesso) che per qualche motivo non erano stati correttamente registrati dal sistema.

C’è da dire che la mia mail era gentile e conteneva i motivi di stima nei loro confronti, ma comunque il servizio clienti mi ha risposto in tre minuti (!!). Risposta che è stata cortese e che conteneva un loro impegno a modificare l’interfaccia per evitare problemi analoghi in futuro.

Se avessi avuto qualche dubbio nel tornare a ordinare da loro per quel disguido, con questa azione hanno riguadagnato la mia fiducia nel loro brand. Perché sono riusciti a trasformare l’esperienza negativa, che comunque capita, in una positiva.

A costruire la fiducia ci vuole tempo, a distruggerla molto poco. Ma con altrettanto poco si puó evitare la catastrofe, anche solo rispondendo in breve tempo alle mail dei clienti.

Innovare, ovvero ripensare il lavoro

A San Francisco ci sono 5 ragazzi che hanno messo su il piú divertente negozio online di articoli per appassionati di fotografia. Non lo dico solo io, che li adoro per una miriade di motivi (design, procedura d’acquisto, tono, insomma, user experience e service design). Lo attestano anche Wired, il New York Times e molti altri.

Non paghi del raggiungimento del loro obiettivo, ne hanno subito scovato un altro.

Material vuole essere un punto di riferimento per chi desidera cambiare il proprio luogo di lavoro prendendo spunto da ció che hanno fatto loro, vendere prodotti divertenti divertendosi. Come? Dotandosi di strumenti e arredi divertenti, funzionali, che facilitino il lavoro e lo rendano piú piacevole.

Per questa nuova iniziativa hanno bisogno di una mano, e quindi offrono un lavoro da

Dream Job Available: Entrepreneurial Bad-Ass Who Believes Work/Life Balance is a Crock

Un annuncio che li rispecchia nella loro informalitá e determinazione, e che invoglierebbe persino un italiano deluso e stanco a fare le valigie per la California. Cercano anche altri collaboratori (web developer, customer lovers, freelance writers e via dicendo). Fossi in voi ci farei un serio pensierino.

Creare qualcosa dal nulla, divertirsi, contagiare gli altri, diffondere l’entusiasmo, crescere, contribuire a cambiare il mondo. Quindi, dicevamo: innovare? Per me si tratta di questo.